Suor Anna Monia Alfieri in esclusiva: lei è paladina dell’alto senso civico

Suor Anna Monia Alfieri, 46 anni, religiosa nella Congregazione delle Suore di Santa Marcellina, due lauree, Giurisprudenza ed Economia, magistero in Teologia, legale rappresentante dell’Istituto di Cultura e di Lingue Marcelline.

Delegata U.S.M.I. Nazionale nel Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, Coordinatore scientifico e docente presso l’Alta Scuola di Formazione Altis Università Cattolica di Milano – Corso Management Scuole Paritarie, autrice di numerose pubblicazioni e di svariati testi in merito ai temi dell’autonomia, della parità e della libertà di scelta educativa. Da anni cerca di fare chiarezza, in punta di diritto e di economia, sul valore del pluralismo educativo, in Italia come in Europa, e, dialogando con tutte le aree politiche, ha ottenuto appoggio trasversale in merito alle linee di finanziamento del sistema scolastico, in particolare il costo standard di sostenibilità. A partire dall’emergenza Covid, il suo impegno si è fatto ancora più vivo a favore della scuola per tutti, che non esclude poveri e disabili. Sr Anna Monia è dunque una voce libera, autorevole, capace di parlare oltre ogni schieramento politico (infatti è pienamente per la trasversalità politica).

Suor Alfieri che ritira l’Ambrogino d’oro

Da anni, infatti, collabora al Ministero con ministri di svariate provenienze politiche: conseguentemente, a Novembre 2020 ha sostenuto la scelta di un Governo di unità Nazionale come unica possibilità per l’Italia di uscire dalla crisi post Covid. E i fatti sembrano darle ragione. Insomma una Vita dedicata alla libertà educativa, ai giovani. L’ho intervistata su alcune questioni di attualità per il nostro periodico “L’imprenditoria italiana”.

Suor Anna Monia, negli ultimi anni, a suo avviso, cosa è cambiato maggiormente nella nostra società?

Io credo che il più grande cambiamento sia legato alla superficialità che ha dilagato negli ultimi anni: abbiamo banalizzato per paura di gestire la complessità, pensando che, abbassando il livello culturale, saremmo stati tutti più uguali. E cosi abbiamo alimentato un sistema più iniquo. La confusione alimentava la discriminazione e legittimava l’inerzia. Potrei nella mia mente visualizzare il preciso momento storico in cui tutto questo inizia. Torniamo indietro di qualche anno, alla drammatica estate del 2011: il mese di luglio si era aperto con lo spread a 225 punti, salito poi a 368 punti. Risultato: Governo tecnico. Un governo che evidentemente doveva fare scelte scomode ma, non godendo dell’appoggio politico, complice anche una certa immaturità della classe politica, fra congetture, retroscena, contraccolpi, la pressione fiscale diventa insostenibile. La cosa più matura sarebbe stata quella di gestire questa fatica e invece c’è stato chi l’ha cavalcata, spingendo il piede sull’acceleratore. Da allora il sistema ha iniziato a precipitare e lo schianto è arrivato con il Covid. Potremmo così suddividere gli ultimi 10 anni in tre momenti fondamentali che di seguito cerco di dettagliare.

1. L’arte della semplificazione che discrimina.

Parte tutto dall’abbassamento del livello del linguaggio che ha condotto a un “eccesso di semplificazione” per arrivare a una perdita di progettualità. Ancora: la comunicazione da formale è divenuta informale, tutto tramite i social. Certamente, all’inizio, si volevano accorciare le distanze, si voleva rendere la politica: la cosa poi, come sempre avviene, ha raggiunto l’eccesso. La comunicazione, perdendo la forma, ha perso la sostanza. Si sono trasferite nella aule parlamentari le modalità di comunicazione della piazza prima, dei social poi. Una comunicazione che, necessariamente, essendo una piazza virtuale, è spesso priva di contenuti ed è violenta. Ma il tutto è avvenuto così rapidamente che non ci si è neanche accorti. Quindi dal “rottamare” ai “cinguettii”, dal “vaffa” al definire l’aula del Parlamento “una scatola di tonno” il passo è stato breve. Mai, come in questo caso, la forma era, ed è, sostanza. Il linguaggio ridotto a slogan, a tweet, fa insinuare la convinzione che qualsiasi problema, per quanto complesso, sia di facile soluzione. «Ci penso io, è semplice! Zitto tu, che hai la tendenza a complicare!». Si finisce così per banalizzare, annullando le specificità: tutti possono essere capaci di far tutto… Persino i ministri. Insomma, ci si deve far perdonare la competenza, la cultura, la verità. Questo processo “linguistico” è stato favorito da un abbassamento culturale che ha reso le persone meno consapevoli, con una conoscenza sempre più scarsa: gli italiani hanno cominciato a non pensare. Abbiamo, altresì, demolito il valore del lavoro, che non è più la realizzazione della persona, il ritrovare il proprio posto nel mondo, ma diventa una possibile causa per creare cittadini di serie A e di serie B: si cancella la valutazione, la meritocrazia, la competizione, meglio l’uguaglianza. Ma, ovviamente, l’uguaglianza ha contribuito alla discriminazione. Il linguaggio divenuto slogan, l’incompetenza assunta a valore, la mancanza di cultura a cosa hanno condotto? Da cittadini siamo divenuti sudditi perché, persa la consapevolezza della propria responsabilità sociale, smarrito il valore del senso civico, evidentemente è stata aperta la porta alla politica dell’assistenzialismo sociale, del sussidio, della mancetta, una parola urlata che mette allo scontro nord e sud, ricchi e poveri. Divide et impera.

2. Il riscatto possibile

Come avviene sempre nella storia, la parabola tocca il fondo e riparte. E’ arrivato il Covid che ha interrotto il processo in atto. La C di Covid diventa C di Competenza. Vedere la morte in faccia, cambia la vita di ciascuno. La gente ha capito l’importanza della competenza, della cultura, della conoscenza e della dedizione. Se il popolo lo comprende, anche la classe politica deve innalzare il livello. È passata l’era degli slogan, del “rottamare”, del “vaffa”, del “non lasceremo indietro nessuno” che scaldava le piazze. Oggi, e soprattutto domani, non sarà più così, in quanto finalmente si è capito che è meglio affidarsi a persone più solide culturalmente, competenti e credibili. In queste ore, con le ferite ancora fresche dovute al fatto di aver affrontato una pandemia con l’improvvisazione, abbiamo insegnato ai nostri ragazzi che è fondamentale la scuola, lo studio, acquisire le competenze necessarie. Non dobbiamo più farci perdonare la competenza: l’operaio può certo divenire imprenditore ma passando necessariamente per la gavetta. Altrimenti è un disastro. E così, riscoprendo il valore della competenza, abbiamo riscoperto il valore della scuola. La scuola non fa audience, non se ne parlava mai, se non in campagna elettorale; ora, invece, se ne parla con competenza e ne parlano tutti, ovunque.

3. Il ruolo del cittadino e il valore della comunità

Abbiamo constatato che l’individualismo che ha caratterizzato la società negli ultimi decenni ha reso tutti più poveri, sdoganando l’idea dell’assistenzialismo. Difatti il sussidio ha una logica opposta al lavoro, inteso quest’ultimo come forma per contribuire al bene della collettività. Infatti il lavoro permette alla persona di trovare il proprio posto nella società ma anche di produrre reddito per sè e per gli altri, in una logica comunitaria. Il lavoro diventa anche uno strumento che apre ad una dimensione sociale, ad una responsabilità collettiva che salva dall’indifferenza: il sussidio, è evidente, chiude chi lo riceve in se stesso. I miliardi del Recovery, che servono per far ripartire il Paese, ci obbligano a rimettere in moto la sana capacità produttiva ed imprenditoriale del singolo che solo così ricomincerà a riflettere per sé e per gli altri, riscoprendo la capacità di pensarsi come membro di una comunità. In questa riscoperta della dimensione comunitaria, grande ruolo è ricoperto dalla politica che ha dovuto assumersi la propria responsabilità, abbandonando la
logica dello “scaricabile”.

La classe politica del nostro Paese cosa dovrebbe cambiare?

Credo che dopo il Covid la classe politica italiana abbia capito che non può pensare di costruire il proprio consenso sui social. Negli ultimi 10 anni la politica ha cessato di essere la più alta forma della carità perché divenuta urlata, nella forma e nella sostanza. La politica non è più un servizio intriso di alto senso civico, di sacrificio: la politica è stata sfruttata. Si è invertito l’ordine degli addendi: nel caso della politica il risultato è cambiato. Essa viene vista come rivendicazione di uno status che non riscatta il passato di tutti ma nutre le pretese personali. Quindi si rottama il vecchio per dare spazio al nuovo, contro
ogni logica di necessaria continuità. E, con la scusa della semplificazione, si sono spalancate le porte all’incompetenza che compromette la democrazia. Se alle discussioni nelle aule parlamentari si preferiscono le dirette social, le notizie anticipate nei talk show, la democrazia è mortificata e la politica non è più un punto di riferimento. Come dicevo prima, il Covid ha interrotto il processo in atto e si è giunti ad un Governo di unità nazionale e ad un premier di indiscussa competenza e credibilità. La politica ha dovuto reimparare a misurarsi con la competenza e la conoscenza: occorre essere
preparati a guidare un Paese. Chi affiderebbe un’ azienda in crisi ad una persona che non
ha competenza di general manager. Perchè si chiede all’operaio di specializzarsi ma al politico no? Ecco una prima cosa che introdurrei è la patente del politico. Ancora, la politica deve imparare a misurarsi con un senso di servizio reale, costi quel che costi, sino al sacrificio della vita. Occorre riconoscere che abbiamo una politica generosa, capace di convergere intorno ai temi centrali, quali la scuola, il lavoro, la
giustizia. Non si può sempre ridurre a puro gusto polemico. La politica deve capire che
le viene chiesto il senso della “prossimità”. I cittadini, e i giovani in particolare, hanno
bisogno di politici che siano dei punti di riferimento e che quindi capiscano che, quando
parlano, hanno un impatto mediatico enorme. Con piacere constato che la politica ha migliorato molto il linguaggio, divenuto molto più elegante e civile, nel senso etimologico
del termine. Occorre proseguire. Infine la politica ha bisogno di cittadini in grado di dare un parere capace di lanciare ponti senza dividere o alimentare le contrapposizioni. Ecco perché continuo a parlare alla politica e con i politici e non temo più di esser strumentalizzata, non solo perché lo snodo complicato è superato ma perché tendo ad essere chiara, sine glossa: possiamo allora chiedere alla politica un linguaggio vero, trasparente, che nei fatti anteponga a tutto il maggior interesse dei cittadini. La politica è il risultato della società e dei cittadini. Solo se saremo cittadini seri, avremo politici responsabili. Ripeto: siamo sulla buona strada. In estrema sintesi puntiamo ad una classe politica che riesca a confrontarsi sui contenuti e non sulle persone. Cerchiamo di non tornare più alla politica scandalistica, forse a volte costruita ad arte, anche da una certa stampa.

I giovani italiani sono afflitti perché davanti a loro vedono un futuro lavorativo difficile. Che appello vuole lanciare alle maggiori istituzioni?

“La priorità dell’Italia sono i giovani: è necessario porre decisamente i giovani al centro
delle nostre politiche; in questi mesi noi ipotecheremo il futuro dei nostri ragazzi…
Scriveremo per loro i prossimi 20 anni ed evidentemente questi fondi devono servire per
creare loro quelle premesse che potranno domani renderli liberi e capaci di produrre
reddito per sé e per gli altri”. Parole del prof. Draghi nell’agosto 2020. Lungo questi anni abbiamo abbassato pesantemente il livello culturale, con il reale pericolo della distruzione del capitale umano. Quindi le Istituzioni devono puntare sulla formazione, sul lavoro e meno sulle politiche dei sussidi e delle mancette. Per
valorizzare i giovani, è necessario ristabilire un corretto rapporto dei cittadini con lo Stato.
Di quale formazione abbiamo bisogno? Innazitutto di una formazione seria che potenzi i
punti di forza del ragazzo. Cominciamo con il dire che non tutti debbono per forza frequentare il classico e lo scientifico ma un buon Istituto professionale sì!. Che quindi deve essere un CFP serio. Altrimenti è chiaro che l’alternativa sarà il parcheggio presso i licei, le università e il fenomeno dei NEET aumenta. La situazione drammatica del covid e i Mld di Recovery plan hanno fatto emergere con evidenza che lo Stato deve tornare alle ragioni della propria esistenza e recuperare le funzioni prioritarie ed essenziali che gli competono, ristabilendo quel rapporto fiduciario fra i cittadini e le Istituzioni che si è ancor più deteriorato negli ultimi mesi. Lo Stato deve intervenire sulle povertà “transitorie”, deve fisicamente salvare i bisognosi, ma anche
stimolare chi resiste a fare del proprio meglio. Pensiamo alla cassa integrazione in deroga,
che garantisce sicuramente un minimo di sostentamento vitale, ma non consente al
disoccupato di cercare un nuovo posto di lavoro, altrimenti perde il sussidio. Oggi serve certamente un Welfare sociale per uscire dalla pandemia economica, capace di coniugare sopravvivenza e libertà. Un welfare che non si esprima solo con l’erogazione diretta del servizio, ma che permetta ai cittadini, attraverso un voucher, o un bonus, o un portfolio, di spenderlo nei servizi che desiderano, erogati da soggetti differenti. Solo in quest’ottica capiremo le ragioni per le quali la scuola, anche dal 7 gennaio, non ha potuto ripartire per tutti, continuando ad escludere le classi sociali più fragili, come i disabili, e quelle più deboli per estrazione culturale ed economica. Oggi è necessario che il Welfare ritorni ad avere poche regole, chiare e prevedibili in punta di diritto e di economia, in grado di garantire i servizi essenziali, ristabilendo un corretto rapporto tra Stato e Privato, dove quest’ultimo è incoraggiato dal primo a produrre, a creare quella ricchezza che, a sua volta, lo Stato saprà far diventare
equamente nuovo motore e nuovo stimolo di vita per il singolo e per la società. Solo in
questo senso sarà… Equa l’Italia. Si tratta di premesse fondamentali, affinchè DOMANI si garantisca un Welfare sociale capace di tenere insieme uguaglianza e libertà, permettendo al privato di fare il proprio onesto mestiere per sè e per gli altri: in questo modo riparte l’economia in una perfetta logica di sussidiarietà orizzontale che, nel rispetto delle Leggi, genera ricchezza per tutti. L’essere umano non è fatto per l’assistenzialismo sociale: il sussidio deve essere un passaggio, non una condizione permanente. Il lavoro non serve solo per il salario, altrimenti è evidente che può essere sostituito dal reddito di cittadinanza; il lavoro serve alla persona per realizzarsi in ogni dimensione del proprio essere.

Quale leggi dovrebbero essere introdotte per aiutare il rilancio della nostra economia?

Ecco, dunque, ciò di cui ritengo l’Italia avere bisogno.

1. Creare le premesse perché i nostri ragazzi possano restituire il debito che andiamo a siglare. Quindi occorre puntare su una scuola di qualità, più equa e per tutti. Allo scopo dobbiamo superare il dramma di una scuola classista che tende ad alimentare le disparità e acuire il divario fra il nord e il sud. Va assolutamente completato il percorso: AUTONOMIA, PARITA’ E LIBERTA’ DI SCELTA
EDUCATIVA. Basta completare una riforma interrotta da 20 anni: completare il
percorso che renda la scuola statale autonoma di fatto e la scuola paritaria libera, per arrivare ad un sistema scolastico plurale ed integrato. A questo è collegato il censimento dei docenti. Quindi si spende meglio e si innalza il livello di qualità.

2. Ristabilire un rapporto fiduciario fra i cittadini e la magistratura. Una sfiducia
che ha un costo sociale non indifferente. E’ necessario completare la riforma della
magistratura per renderla indipendente. Una riforma che introduca la responsabilità
civile dei magistrati, l’indipendenza della magistratura e la presunzione di innocenza.

3. Riportare un ordine nel rapporto fra Stato e cittadini. Questi ultimi sono capaci di produrre reddito per sè e per gli altri, in una naturale logica di sussidiarietà circolare. Quindi lo Stato recuperi il proprio ruolo sussidiario che fa da paracadute sulle povertà contingenti ma con l’obiettivo di riscattarle e sanarle. Questo implica puntare sul singolo, sulla libera intraprendenza, sull’imprenditoria, senza mortificare l’iniziativa privata, ma incentivandola in un rapporto armonioso fra pubblico e privato. E’ sufficiente una riforma fiscale che, anzichè mortificare, potenzi
l’imprenditoria del singolo e che riconosca chi evade. Insomma, le leggi ci sono ma
vanno applicate. Certamente occorre abbandonare la logica delle mancette, dei
sussidi, delle regalie, perché i giovani sono ingannati e condannati ad una vita di stenti. Occorre ricominciare a puntare sul valutazione, meritocrazia, concorrenza sotto lo sguardo garante dello Stato che, invece, negli ultimi 15 anni, ha mortificato il singolo, i cittadini, puntando ad abbassare il livello, volando basso. Quindi più fiducia e controlli efficaci.

Secondo lei quali sono le tasse che dovrebbero essere tolte?

Anzitutto è necessaria una riforma complessiva: cambiare “una tassa alla volta” alimenta la discriminazione e mortifica chi lavora. Difatti, come il Premier Draghi ha già evidenziato, la riforma fiscale dei prossimi mesi avrà un ruolo di “accompagnamento” della realizzazione del Pnrr dell’Italia e ne è parte integrante. Credo che in Italia, per contrastare la logica dell’assistenzialismo sociale, sia necessaria una imposizione fiscale premiante per chi produce e crea ricchezza ed una imposizione fiscale certa che contrasti l’evasione, come l’Europa ci chiede. E’ altresì necessaria un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale sul lavoro così come un impegno per l’alleggerimento delle aliquote dell’Irpef tout court. Ridurre l’imposizione
fiscale sul lavoro significa sanare la disoccupazione. La semplificazione, ormai sempre più necessaria, avrà l’effetto di ridurre i costi del lavoro e di interrompere logiche malavitose che approfittano dell’attuale contesto fiscale.

Il direttore Agrippino Castania

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